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Il mondo urla dietro la porta

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Una forma letteraria per New York

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La città rimpicciolisce e tu cresci. Dicono che la città si sta espandendo, arriverà a includere sobborghi e paesini un tempo isolati. Tu implodi nel tuo corpo riducendo in scala il limite sempre crescente dei passi che puoi compiere; la città esplode verso l’esterno. E non si capisce chi dei due si stia dimenticando prima dell’altro. Il modo migliore per riconoscerlo è andare via e poi tornare. Proprio quando anche le sfumature più odiose della tua realtà ti risulteranno nostalgiche e familiari, la città sarà cambiata, tu sarai cambiato e nessuno dei due chiamerà l’altro come una volta. È stato vero quando ho cambiato città per più di due volte, continua a essere vero quando ricerco qualcosa di familiare nelle nuove città. Lontana da ogni tipo di provincialismo, cerco di appropriarmi di una realtà che non mi appartiene. Continue reading “Una forma letteraria per New York”

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Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj

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«Amico, tu sei razzista. Io penso che gli italiani non sono razzisti, ma tu lo sei. Razzismo è brutta cosa»

«Non sono razzista! Sono albanese!»

La narrazione ironica, vagamente pungente e cinica è una questione di ritmo e acume. Elvis Malaj ne dà un valido esempio nella raccolta di racconti appena pubblicata da Racconti edizioni, Dal tuo terrazzo si vede casa mia. La citazione iniziale, per esempio, è un concentrato di fraintendimento che avviene tutto in chi legge. Gli italiani non sono razzisti, a parte quello che sta di fronte all’interlocutore. Peccato che questo risponda – traduzione implicita –  come potrebbe esserlo se è albanese? Chi è stato vittima di razzismo non può essere razzista a sua volta?

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La nascita di Frankenstein

David Plunkert
© David Plunkert

Il 1816

Un anno prima l’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, aveva rilasciato nell’atmosfera una grande quantità di gas e polveri vulcaniche che andarono a unirsi ad altre due sorprendenti eruzioni degli anni precedenti (quella del vulcano Soufrière nei Caraibi nel 1812, e del Mayon nelle Filippine nel 1814). La luce solare faceva fatica a penetrare una coltre di ceneri vulcaniche che stazionava negli strati superiori dell’atmosfera con la conseguenza che la temperatura terrestre registrò un brusco calo. Inoltre l’attività solare, proprio in quel periodo, subiva una serie di anomalie che diminuirono l’energia emanata. Il 1816, l’anno senza estate, come venne ribattezzato in seguito, portò a nevicate in pieno giugno, ghiaccio che rovinò le colture, tempeste elettriche, piogge violente, inondazioni, neve rossa in Italia. Chi non aveva il privilegio del cibo vide aumentarne i prezzi, chi aveva le forze protestò e saccheggiò i magazzini, altri preferirono raccontare di essere testimoni della fine imminente. Le abitudini alimentari cambiarono fino a concepire gatti e muschio, aumentarono le malattie e le morti da congelamento.

In Europa il fascino del periodo stava in una Storia che proseguiva e si arricchiva della singolarità dell’esperienza umana di fronte alla catastrofe. Non è un caso se William Turner si stagliò nell’universo artistico romantico come il “pittore della luce”. Ai suoi acquerelli paesaggistici infuse la luminosità opaca e stranamente coerente con quanto il movimento ispirava nella ricerca del Sublime. E non è neanche un caso se tra le conseguenze dell’anno senza estate appare anche un appuntamento tra Lord Byron e alcuni amici nella sua villa a Ginevra.  Continue reading “La nascita di Frankenstein”

La voce dopo la morte: Parole nella polvere di Máirtín Ó Cadhain

Quando Máirtín Ó Cadhain scrive Parole nella polvere ha alle spalle raccolte di racconti, pamphlet politici, traduzioni e un’intensa attività politica come sostenitore dell’indipendenza irlandese che gli valse il campo di prigionia poco dopo l’inizio della seconda guerra mondiale. Con sé non aveva solo una fame per la lettura e la scrittura ma anche una cultura sterminata, tutta radicata nella provincia irlandese. Tra le distese di un verde sgargiante, alternate ai piccoli corsi d’acqua e alle scogliere spigolose, si sviluppavano i villaggi con comunità fatte di conoscenze intime e di tradizioni tramandate oralmente. Questo mondo a parte aveva un carattere molto diverso da quello inglese, un carattere forgiato da racconti, ballate e leggende sempre diverse a seconda di chi raccontava. Una storia orale, collettiva e in divenire che ha rischiato di perdersi dopo la conquista inglese con i suoi sconvolgimenti politici, sociali e il monopolio del mondo culturale. Continue reading “La voce dopo la morte: Parole nella polvere di Máirtín Ó Cadhain”

Stare nel profondo insieme: su It di Stephen King

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Nel racconto avvolto dal fascino letterario e affabulatore che è On Writing. Autobiografia di un mestiere di Stephen King, tra gli aneddoti che hanno portato alla nascita delle sue opere, si eleva la definizione dello scrivere: telepatia. L’ubiquità letteraria di un autore del calibro di King si espleta non soltanto nella capacità di abbattere le barriere di tempo e spazio, ma anche nell’abilità di leggere in una sorta di coscienza universale e rivisitare alcuni topoi americani con l’aiuto dell’orrore. Un lavoro esemplare che riassume tali caratteristiche King lo pubblica nel 1986 e porta la stazza imponente per un titolo esiguo: It. Seppure Stephen King esprima una verità fondamentale sull’entità dei racconti («La politica… la cultura… la storia… non sono forse ingredienti naturali di un qualsiasi racconto, se ben scritto? […] Cioè non potreste permettere a un racconto di essere un racconto?»), qui lo tradirò e cercherò di individuare le motivazioni per le quali It si destreggia su un confine fondamentale: tra un denso sostrato americano e l’entità del male. Continue reading “Stare nel profondo insieme: su It di Stephen King”

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