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Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto contro la morte: Salvare le ossa di Jesmyn Ward

Jesmyn Ward - Salvare le ossa

Alla fine dell’agosto del 2005 l’uragano Katrina toccò terra e iniziò a scavare una ferita che solo in seguito apparve come un confine. Si dice che solo i newyorchesi, gli occhi di chi ha vissuto l’11 settembre, possano comprendere il senso di distruzione che seguì la catastrofe naturale. E in un certo senso è vero se non fosse per le peculiarità geografiche e culturali del suolo americano: Katrina non fece che rimarcare una differenza e far emergere un lato contraddittorio che non ha esaurito la sua spinta. La risposta della letteratura è stata inglobare attraverso il racconto del disastro che dalla singola visione soggettiva si estende al sentimento dominante.

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Verso la fine: I primi viaggi di Andy Catlett di Wendell Berry

i primi viaggi di andy catlett_wendell berry

Raccontare la relazione con la terra di origine ha tutta una serie di rischiose implicazioni. È come il racconto di ogni infatuazione quando coinvolge in prima persona chi vuole trasformarla in parole: il rischio è di mettere su un diario senza che il rapporto con la realtà possa essere esteso anche a chi legge. Se c’è una cosa che alcuni scrittori americani sanno fare   o dovrei dire il modo di fare americano   è un metodico esercizio della finzione come diretta influenza della realtà. Quella parte della vita americana che si plasma ed è plasmata dall’ambiente   in un territorio esteso e quindi ad alto grado di variabilità geografica e sociale   è quanto di più spietato e vero si possa identificare, paradossalmente, nelle storie di finzione. Ogni madre terra è diversa: lo dimostrano storie come quelle di Nelle terre di nessuno di Chris Offutt, in cui la vita degli uomini è fatta di isolamento e ritmi naturali; o forse ci sono anche i racconti di Trilobiti di Breece Pancake, percorsi dal desiderio di fuggire dall’isolamento pur sapendo che è l’unica condizione adatta a chi ci è cresciuto; o, ancora, potremmo lasciarci andare alla fitta rete di rapporti, abitudini e pettegolezzi di cui scrive Eudora Welty in Una coltre di verde. Continue reading “Verso la fine: I primi viaggi di Andy Catlett di Wendell Berry”

Preferirei correre ma non posso camminare: Anni luce di Andrea Pomella

andrea pomella-anni luce

Avevamo ballato su una spiaggia poco distante dalle tende. Era abbracciata da scogli neri e terminava con l’unico bar nel giro di chilometri di pineta. Le persone del posto ci avevano conosciuto come un miraggio di fine estate prima di tornare nelle loro conchiglie, creature mitologiche delle località marine la cui esistenza invernale poteva figurarsi solo come lungo letargo. L’alcol ci aiutava a parlare con loro, ma finivamo per riunirci, noi conoscenti, attorno ai falò. Era la prima vacanza, era la prima vera libertà e mi sembrava giusto celebrarla così: corse nel bosco, ricerca ossessiva, incontri in tenda. Nelle mie orecchie c’era Eddie Vedder che graffiava: I don’t want to take what you can give/ I would rather starve than eat your bread/ I would rather run but I can’t walk/ Guess I’ll lay alone just like before. Erano gli anni delle prese di distanza da un mondo adulto a noi sconosciuto e da sempre ricordo di aver assicurato una fetta di solitudine insieme alla consapevolezza che tutto sarebbe finito e che dovevo divorare il più possibile. Non mi interessava quanto i Pearl Jam avessero segnato un’epoca, non volevo sapere che qualcuno ne conosceva a memoria la storia, o scimmiottava le loro movenze, perché mi bastava indossarli per la mia di storia in quella corrispondenza telepatica e fuori dal tempo che si stabilisce tra musica ed esperienza.

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Il Grande Romanzo Americano secondo Paul Auster

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Quando Paul Auster afferma che New York è un’immensa Babele crea le premesse per riunire la molteplicità in un unico luogo, straordinariamente in equilibrio. Trasferisce quella che è una verticalità architettonica a un’orizzontalità linguistica: la città diventa un nome che perde i connotati di un riferimento topografico e conferisce ai suoi abitanti l’indeterminatezza dell’identità. E Paul Auster è il cantore della sua città, lo ricordiamo bene per la Trilogia di New York: una formula tripartita che indagava dapprima l’accettazione di un’identità multipla, granulare, e la liquidità nel passare da un nome a un altro all’interno di una stessa persona (Quinn che è William Wilson che è a sua volta Max Work, l’investigatore dei suoi scritti in Città di vetro); poi la relatività dei personaggi all’interno di un arco narrativo creato da un labirinto cromatico di nomi (Blue è incaricato da White di spiare Black in Fantasmi); e, infine, la graduale e non completa accettazione dell’identità altrui in comunione con la propria (la confusione delle identità tra Fanshwave e l’amico scrittore dato per disperso ne La stanza chiusa).

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Due racconti di Lalla Romano

Lalla Romano Due racconti

Consacrare un autore a classico della letteratura è un processo sconosciuto. Stratificazioni critiche e successo di pubblico plasmano continuamente l’entità dell’opera ed è forse nel continuo ritorno all’opera dello stesso autore, all’attribuzione di significati nuovi – senza forzature – che si attua un processo tra il rinnovamento e l’origine. Credo però che anche nelle opere secondarie e nei piccoli frammenti disseminati qua e là si possa riconoscere la grandezza di un autore.

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